venerdì 16 settembre 2011

SE L'ENERGIA DIVENTA SEMPRE PIÙ VERDE


SE L'ENERGIA DIVENTA SEMPRE PIÙ VERDE *


Dal referendum è emerso un no al nucleare e un implicito sì alle energie rinnovabili. E per certi aspetti, il nostro paese può affrontare la sfida meglio della Germania, il paese all'avanguardia in questo campo. Ma quello che drammaticamente manca nel nostro paese è una visione del futuro che guidi le grandi scelte energetiche. La riflessione sul ruolo degli incentivi, della ricerca e della produzione delle rinnovabili è oggi guidata solo dalla necessità di ottemperare agli impegni europei. Serve invece una discussione seria sulle strategie future a medio e lungo termine.
Da internet

Lo straordinario risultato del referendum, con un no al nucleare, e implicitamente anche un sì alle rinnovabili, trova un paese che primeggia nelle installazioni verdi ma che manca di una visione sul futuro.

PRIMATI E RITARDI
Dopo un semiletargo ventennale l’Italia è infatti tornata a essere protagonista delle energie verdi. Nel comparto elettrico - idro e geotermia a parte dove aveva sempre primeggiato - occupiamo il secondo posto al mondo per potenza fotovoltaica installata, 6.300 MW a metà giugno 2011, mentre nell’eolico siamo sesti nella classifica internazionale con 5.800 MW in funzione alla fine dello scorso anno. Qualche segnale interessante arriva anche dalle rinnovabili termiche, secondi in Europa con i 2,5 milioni di metri quadrati di solare.
Purtroppo le fibrillazioni degli ultimi mesi hanno rallentato la corsa del fotovoltaico e bloccato quella dell’eolico, ma è sperabile che il recente adeguamento della normativa solare e quello previsto nei prossimi mesi per l’eolico e le biomasse  riescano a definire un quadro di certezze in grado di consentire una rapida ripresa della crescita.
Se le notizie sul fronte delle installazioni cominciano a essere buone, non altrettanto non si può dire sul versante della ricerca e della produzione delle tecnologie, risultato di un atteggiamento schizofrenico: da un lato incentivazioni troppo elevate a causa delle azioni lobbistiche di singoli comparti e dall’altro mancanza di attenzione verso la creazione di un tessuto produttivo innovativo.
Nel settore della ricerca, malgrado isole di eccellenza, manca del tutto un’azione governativa che indichi priorità per il paese e metta a disposizione risorse adeguate. Sul fronte della filiera delle rinnovabili siamo partiti in forte ritardo, anche se si è avuta una recente accelerazione in particolare nel fotovoltaico dove operano ormai 800 imprese. Ancora poco, però, se ci riferiamo alla Germania che sulle rinnovabili in pochi anni ha costruito un comparto con 370mila addetti.

FOTOVOLTAICO SUGLI SCUDI
Ma veniamo al fotovoltaico, settore nel quale si sono registrate tensioni altissime negli ultimi mesi. Il decreto firmato introduce elementi retroattivi che penalizzano investimenti già avviati nei grandi impianti, ma ha il pregio di indicare obiettivi di medio periodo, 23mila MW al 2016, e un ragionevole percorso di riduzione degli incentivi. Una delle consapevolezze emerse dal travagliato dibattito riguarda la possibilità che, almeno in alcuni contesti, la tecnologia possa diffondersi senza incentivi. I tedeschi ritengono che questo possa avvenire nel 2017 e per la stessa data l’Italia prevede di azzerare gli incentivi. Ciò potrà avvenire se il costo del solare diverrà tanto inferiore alle bollette elettriche da rendere economicamente appetibili gli investimenti privati. 
Se continuerà l’attuale trend di riduzione dei costi dei moduli e se il governo si focalizzerà sul potenziamento delle reti, il mercato continuerà a svilupparsi a livello di 2-3mila MW/a consentendo al solare di soddisfare il 10 per cento della domanda elettrica alla fine del decennio. Ci vorrà una forte regia pubblica per garantire, oltre ovviamente al recupero dei forti ritardi accumulati (sono previsti 7 miliardi di euro al 2020 per realizzare nuove linee di trasmissione), anche l’introduzione delle smart grids e la promozione dei sistemi di accumulo.
Per certi aspetti, nel nostro paese la sfida delle rinnovabili è affrontabile con maggiori chance rispetto alla Germania. Non dobbiamo uscire dal nucleare, la sovraccapacità di potenza termoelettrica consente di gestire l’intermittenza del sole e del vento, abbiamo impianti di pompaggio e possiamo rapidamente realizzarne centinaia di altri, il potenziale del solare è elevato, la nostra rete può più facilmente trasformarsi in smart grid.
Ma quello che serve è una discussione seria sulle strategie future a medio e lungo termine. È stata più volte annunciata una conferenza nazionale dell’energia. Occorre capire come intendiamo muoverci nei prossimi decenni. La Gran Bretagna ha deciso di tagliare le emissioni climalteranti del 50 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2025. La Germania, prima di Fukushima, si era data l’obbiettivo di soddisfare la metà della domanda elettrica al 2030 con le rinnovabili ed è prevedibile che questo impegno venga innalzato per sopperire alla chiusura di tutte le centrali nucleari, pur mantenendo l’impegno di ridurre del 40 per cento le emissioni climalteranti al 2020. Nei giorni scorsi è stato divulgato un documento della Cdu tedesca che sottolinea la possibilità di un cambiamento energetico radicale (Energiewende) in un paese ad alto sviluppo economico nell’arco di una sola generazione.
Insomma, emerge con chiarezza la consapevolezza della necessità di governare la rivoluzione energetica in atto.
Quello che drammaticamente manca da noi è proprio una visione del futuro che guidi le grandi scelte energetiche. La riflessione sul ruolo degli incentivi, della ricerca e della produzione delle rinnovabili è attualmente guidata solo dalla necessità di ottemperare agli impegni europei. La Commissione consultiva sull’ambiente del parlamento tedesco ha recentemente consegnato un rapporto in cui si valuta tecnicamente ed economicamente realizzabile la possibilità di soddisfare tutta la domanda elettrica della Germania con energia verde entro la metà del secolo.
In Italia dobbiamo porci gli stessi interrogativi, valutare gli scenari possibili e poi agire coerentemente nella trasformazione del nostro quadro energetico. A maggior ragione dopo il referendum.

*Direttore scientifico Kyoto Club

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